FESTIVAL DELLA SCIENZA MEDICA

INTELLIGENZA DELLA SALUTE
BOLOGNA, 9-12 MAGGIO 2019

Quando Intelligenza e Salute sono in sintonia, cioè quando c’è abbastanza di entrambe, la condizione umana, personale e sociale, gode vantaggi e benefici. Da decenni, studi controllati dimostrano che le persone che in età giovanile ottengono risultati migliori nei test cognitivi, cioè che sono più intelligenti, nel corso della vita si ammalano meno e sono più longeve. Altri studi dimostrano che bambini che conducono stili di vita sani, ovvero che non vivono in ambienti dove sono presenti rischi di malattie infettive, malnutrizione, violenze sociali o inquinamento, conseguono o mantengono gli standard cognitivi consentiti dai geni che hanno ricevuto in eredità, ottenendo soddisfacenti risultati professionali e contribuendo a costruire una società decente.

La salute dipende dall’intelligenza, e l’intelligenza dalla salute. Gli studi che perimetrano un ambito chiamato “epidemiologia cognitiva” mostrano che un’elevata intelligenza all’età di 11 anni riduce il rischio di malattie vascolari, obesità, varie malattie croniche e alcune forme di disturbo mentale. Inoltre, le persone più intelligenti, in generale, si ammalano di meno nell’età adulta e quando diventano anziane. L’effetto non è dovuto allo status socioeconomico, che si sa da tempo essere correlato inversamente con morbilità e mortalità, ma all’intelligenza, che peraltro è un fattore rilevante nel conseguimento di uno status socioeconomico che protegge la salute. L’associazione tra livelli cognitivi e salute non si vede per il cancro non dovuto al fumo o il suicidio.
L’epidemiologia cognitiva ha trovato prove che, arrivati agli 80 anni, contano di più, come determinanti della salute e della longevità, il declino cognitivo che ha avuto luogo tra gli 11 e i 79 anni e le abilità cognitive fluide, piuttosto che il livello cognitivo di partenza e le capacità cognitive cristallizzate. Le associazioni osservate sono di fatto equivalenti per le donne e per gli uomini.

La mancanza di salute può penalizzare l’intelligenza. Nei Paesi dove i bambini crescono contraendo infezioni – alcune delle quali, come la malaria, colpiscono gravemente il cervello – o non si alimentano a sufficienza, subiscono ritardi cognitivi. Con ricadute negative non solo a livello individuale, ma anche per le prospettive di sviluppo economico, sanitario e civile, dato che se troppe persone rimangono scarsamente intelligenti sarà impossibile creare una società fondata sul rispetto delle persone, la libertà economica, la giustizia, il diritto alla salute, etc. Diversi autori pensano che il carico di malattie infettive, diverso da Paese a Paese, possa spiegare a livello globale le differenze nazionali nei quozienti
intellettivi, e che l’effetto Flynn, ovvero l’aumento dell’intelligenza rilevato a partire dagli anni Trenta del Novecento nei Paesi occidentali, potrebbe essere dovuto all’abbattimento delle malattie infettive, che
nell’infanzia sottraggono l’energia metabolica richiesta per uno sviluppo cognitivamente efficiente del cervello.

I problemi sollevati dai temi in discussione nella quinta edizione del Festival invitano a riflettere sulle basi neurogenetiche e neuropsicologiche dell’intelligenza: è un tema controverso, perché in molti temono che sottenda idee di discriminazione e razzismo. In realtà non è vero, se si ragiona sui fatti e non sulla base di pregiudizi ideologici. La sfida di una medicina che sarà sempre più personalizzata è capire come ottenere il controllo intelligente del comportamento umano così da essere protettivo rispetto ai rischi per la salute; per esempio come i cambiamenti nei processi di socializzazione durante infanzia e adolescenza influenzino le prestazioni cognitive e, quindi, la salute mentale, e in quale misura i progressi della medicina abbiano avuto un impatto sull’aumento del quoziente intellettivo nel Novecento. In tale contesto si colloca anche il tema dell’attacco da parte delle pseudomedicine alla salute umana: in che modo si può usare e lavorare sull’intelligenza per evitare la diffusione di credenze come l’omeopatia, l’agopuntura e le medicine cosiddette complementari, ma che non sono complementari ad alcunché? Senza trascurare il problema della prevenzione alla luce dei dati dell’epidemiologia cognitiva, che sfida a capire cosa davvero serva per favorire l’applicazione degli studi di psicologia dell’intelligenza a livello individuale, in quale modo la qualità dell’istruzione sia determinante per consentire l’aumento dell’intelligenza e il miglioramento della salute, in quale misura i bias evolutivi della nostra cognizione o i vincoli fisiologici del nostro corpo possano essere aggirati quando nelle società benestanti e complesse portano verso comportamenti a grave rischio per la salute, etc.
Vi è un aspetto ulteriore e futuribile del tema. La specie umana sta realizzando macchine dotate di intelligenza artificiale, le cui applicazioni in ambito medico e sanitario sono e saranno crescenti. L’intelligenza artificiale avrà un impatto epocale sulla medicina, sulla cura e prevenzione delle malattie e, quindi, sulla promozione della salute. Che cosa ha di diverso l’intelligenza artificiale rispetto a quella umana, rilevante dal punto di vista della medicina?
Qualcuno sostiene che progressivamente l’intelligenza artificiale renderà obsoleta la figura del medico. È improbabile che il medico del futuro sarà come quei robot dei film di fantascienza, che diagnosticano e intervengono facendo tutto da soli, con la semplice assistenza di un paio di umani. Ma l’uso dell’intelligenza artificiale determinerà, probabilmente, la selezione di una nuova figura di medico, che dovrà essere capace di affiancare le macchine, per aiutarle ad apprendere in modi sempre più versatili e “intelligenti” pratiche o indicatori decisionali, e per studiare, cioè controllare, come trasferire le conoscenze di base in strumenti di sviluppo di nuove terapie o in metodi di prevenzione.
Qualcosa del genere è già accaduto quando le tecnologie diagnostiche hanno reso obsolete alcune competenze semiologiche per i clinici.

Con l’intelligenza artificiale e, quindi, l’automazione delle procedure mediche a ogni livello, potrebbero migliorare i rapporti tra i pazienti e la sanità, togliendo di mezzo quei fattori paternalisti, psicologici, di inganno e autoinganno all’origine del fatto che, nonostante la medicina non sia mai stata efficace quanto oggi, almeno da un secolo è diventata sospetta o invisa ai malati e alle persone che interagiscono con essa.
L’AI sta accelerando il processo diagnostico e riducendo gli errori. La macchina riesce a controllare, con maggiore accuratezza, una quantità di dati che impegnerebbero per mesi un’equipe di medici. Vuol dire più vite salvate. È normale: il cervello umano dispone di pochi gigabyte di memoria operativa e la componente psicologico/emotiva, attivata da stress e autoinganni, può giocare negativamente nelle decisioni cliniche.
L’AI consentirà di sdrammatizzare molti scenari clinici (soprattutto in ambito chirurgico, nel quale i robot diventeranno presto intelligenti e più autonomi dall’uomo) e potenzierà le capacità di lavorare con sempre più precisione (usando metadati, meta-modelli, realtà aumentata, deep learning, machine learning, etc), quindi sempre più sicurezza e tranquillità per i pazienti. L’AI potrebbe far sparire la medicina difensiva, non solo abbattendo gli errori medici e le diagnosi sbagliate: stante che gli algoritmi sono più precisi ed efficienti, i medici si allineeranno su standard incontestabili.

Per i “conservatori” le scienze della salute e della malattia avranno sempre bisogno di medici umani. Dicono che non si può meccanizzare l’empatia e che i pazienti non prenderebbero sul serio le raccomandazioni di un chatboat, ovvero che la fiducia richiede un ascolto e risposte che implicano che il medico abbia una mente. Si tratta di affermazioni non provate, incluso il fatto che l’empatia sia così importante, ammesso si sia capito cosa sia e che non si tratti di un miraggio. I chatboat riescono a interagire, diagnosticare o trattare i disturbi mentali come o meglio di psichiatri e psicoterapeuti: lo dicono gli studi clinici e le prove che riducono i casi di suicidio. Chissà perché la cosa non stupisce.

I problemi principali con la progettazione e l’uso dell’AI al momento derivano dal fatto che negli algoritmi entrano anche i nostri “difetti” psicologici e antropologici, stante che raccogliamo e usiamo molti dati partendo da prospettive fuorvianti (biased), che si rifletteranno nei processi decisionali delle macchine e, quindi, nelle raccomandazioni cliniche che queste generano. Si è visto che alcuni algoritmi sono razzisti, discriminano le donne o i bambini, etc. Gli algoritmi possono essere progettati in modo tale da produrre anche risultati distorti, a seconda dei dati che usano, di chi li sviluppa o dagli scopi dei programmatori, delle aziende e dei sistemi sanitari che li impiegano. Si dovrà valutare criticamente la fonte dei dati usati per costruire modelli statistici progettati per fare previsioni, capire criticamente come funzionano e come si possono ripulire dai difetti. L’intelligenza artificiale non è una minaccia perché può diventare troppo autonoma, ma se mai perché dipende ancora troppo dall’uomo.

 

Gilberto Corbellini
Direttore Scientifico Festival della Scienza Medica

 INTELLIGENZA DELLA MEDICINA

L’Intelligenza della Medicina rientra nell’ambito del più ampio concetto di Intelligenza della Salute e, per la sua specificità, può essere oggetto di una autonoma trattazione.
L’argomento, che appare stimolante e forse ambiguo, meriterebbe di essere approfondito, poiché è caratterizzato da una lunga e appassionante storia.
In questa sede non è possibile svolgerlo compiutamente e dovrò procedere per sintesi.
Dove si annida quel profilo specifico dell’intelligenza?
Certamente quando il pensiero si esprime libero e genera progresso nella ricerca, non quando declina a superstizione o conformismo.
Va detto che questa intelligenza umana, comunque espressa nei secoli, risiede con particolare forza in quei luoghi della conoscenza che furono (e sono) le Università, dove è nato e si è gradualmente sviluppato un elevato livello del pensiero e del linguaggio e, con esso, metodi che hanno via via definito un concetto di “professionalità” legato alle esigenze fondamentali della persona e della Comunità e supportato nel tempo dal crescente sviluppo della tecnologia.

Già dal Basso Medioevo la libera Intelligenza della Medicina si svela e si connette a un sapere che si può ben definire filosofico, in quanto portatore di razionalità e espressione di una libera attività di pensiero.
Alla fine del XIII secolo, Bologna è al centro di questo incontro con la filosofia, grazie a Gentile da Cingoli, che seppe collegare alle arti, da lui intese come filosofia, gli studi di medicina, già caratterizzati dall’azione e dal pensiero di Taddeo Alderotti.
Da questa singolare alleanza, come è stata definita, fra medici e filosofi, nacque il modello nuovo degli studi di medicina 1.

Tale modello, nei secoli, si è mostrato efficiente, efficace e attento a interpretare le esigenze specifiche di ogni cadenza storica, malgrado alcune discontinuità.
In tal senso, è dunque opportuno provare a delineare le esigenze/emergenze che caratterizzano ora la società occidentale – poiché è evidente che tali esigenze/emergenze sono strettamente legate al contesto economico, sociale, politico e culturale: nei Paesi in via di sviluppo i temi da comprendere, interpretare e risolvere non sono certo gli stessi che preoccupano il Vecchio Continente o il Canada, il Giappone o gli USA.
L’invecchiamento della popolazione ha determinato un aumento di patologie legate in modo diretto all’aumento della prospettiva di vita, patologie che solo 100 anni addietro erano molto meno diffuse non fosse altro perché si moriva prima di raggiungere l’età in cui è più facile svilupparle, e che ora interessano un sempre maggiore numero di persone. L’emergere di nuovi virus e di batteri resistenti agli antibiotici; il ritorno di malattie debellate legato in misura sempre maggiore al diffondersi incontrollato di credenze pseudoscientifiche, accompagnato da una sempre più diffusa sfiducia nelle capacità della scienza di migliorare la vita dell’uomo: questi sono temi che si stanno imponendo come ineludibili nella nostra società e che rappresentano le nuove sfide di una medicina che deve essere sempre più intelligente.
L’intelligenza della salute, infatti, deve saper proporre strutture sempre più sviluppate, dottori sempre più disponibili, famiglie sempre più coinvolte e consapevoli, per rispondere a una simile, crescente complessità.
Tutto ciò attraverso l’applicazione di quanto, via via, deriva dallo sviluppo tecnologico e dal perfezionamento dei farmaci, applicando correttamente l’esigenza di condividere obiettivi ed esigenze, unificati dal rispetto della persona che, a sua volta, deve imparare a rispettare quanto la società è in grado di offrirle.

L’Intelligenza della Medicina ha caratteristiche particolari rispetto a quella che si applica ad altri settori della Scienza, poiché non è soltanto espressione di pura ricerca, ma anche di cura e di esercizio di una funzione sociale.
Questa intelligenza, che nel caso della Fisica e della Chimica può avere un unico, continuativo interlocutore (lo spazio, le particelle, gli elementi…), nel caso della medicina deve innanzitutto caratterizzare il singolo scienziato, che deve essere appieno capace di comprendere quale significato hanno, nell’esercizio dell’attività medica, il rapporto con il paziente e il rapporto con la società.
Essa deve rapportarsi agli strumenti utilizzabili, perché oggi non è accettabile un comportamento passivo nei confronti delle apparecchiature, degli strumenti, dei prodotti farmaceutici e delle tecnologie che si interfacciano con la medicina, e perché deve emergere con forza il fatto che da una parte c’è l’uomo, con la sua carica di intelligenza, e dall’altra c’è uno strumento, frutto del genio dell’uomo; un bene che, per sua natura, è finalizzato all’attività dell’uomo stesso, al paziente e al medico.

Il termine “intelligenza” ha un duplice significato: da un lato, indica il “complesso di facoltà fisiche e mentali che consentono all’uomo di pensare, comprendere o spiegare i fatti o le azioni, di elaborare modelli astratti della realtà, di intendere e farsi intendere dagli altri, di giudicare”. Dall’altro, essa si configura come “il fatto o la possibilità d’intendere qualche cosa o d’essere inteso”.
L’intelligenza è dunque una caratteristica del soggetto sia intrinseca (quando il soggetto è attore dell’intelligere), sia estrinseca (quando il soggetto comprende qualcosa di altro rispetto a sé).
È in questo senso che si sviluppa pienamente il concetto di Intelligenza  della Medicina, che implica sia la “riproduzione parziale dell’attività intellettuale propria dell’uomo”, realizzata attraverso strumenti in continua evoluzione, sia la capacità, da parte dell’uomo medesimo, di comprendere le dinamiche legate al concetto di salute e di malattia e di orientarsi verso i comportamenti più funzionali a salvaguardare la salute sua e dell’intera società.
In questa seconda accezione, il concetto di Intelligenza della Medicina è antico quanto l’umanità, poiché fin dalla sua comparsa sul pianeta l’essere umano ha dovuto mettere in atto una serie di comportamenti utili a individuare sistemi variamente efficaci per garantire la propria sopravvivenza.
La prima accezione di intelligenza della salute è, invece, relativamente nuova e affonda le sue origini nel secolo scorso, quando nacquero e si svilupparono i primi programmi informatici in grado di risolvere problemi complessi.
Lo sviluppo dell’intelligenza, nella quale è ormai saldamente collocato il profilo della intelligenza artificiale, ha portato gli strumenti legati a questa nuova realtà a essere utilizzati in tutti i campi del sapere umano ma, nei suoi sviluppi più fecondi per gli uomini, soprattutto nell’ambito della medicina.

L’Intelligenza della Medicina si sviluppa, per esempio, in maniera sempre più evidente nel settore delle cure oncologiche, dove l’aspettativa di vita dei pazienti è aumentata in maniera significativa, grazie allo sviluppo di terapie innovative e diagnostiche sempre più efficaci e personalizzate, inimmaginabili fino a pochi decenni fa.
L’Intelligenza della Medicina ha anche rivoluzionato il settore della chirurgia, grazie all’avvento di robot che, quando non in grado di svolgere un intervento chirurgico in completa autonomia, costituiscono comunque un ausilio fondamentale per il medico, il quale, grazie alla tecnologia, può operare in maniera più efficace e sicura, garantendo non solo un miglior esito del trattamento, ma anche un minor numero di complicanze post-operatorie.
L’Intelligenza della Medicina ha, infine aperto nuovi scenari nel campo della genomica, consentendo di utilizzare le informazioni provenienti dal nostro corredo genetico in maniera sempre più efficace per prevenire e curare le malattie, aprendo nuove possibilità terapeutiche.

Alla luce di questi pochi accenni e rispetto al tema dell’Intelligenza della Medicina, si impone allora un’osservazione: “La tecnologia pervasiva, che contraddistingue la nostra epoca, ci pone di fronte a un dilemma senza senso sul rapporto fra uomo e macchine”2.
È un’affermazione che ritengo condivisibile, poiché le macchine saranno sempre complementari alla vita dell’uomo e, dunque, parlare di intelligenza aumentata tramite la tecnologia è espressione che va laicamente accolta. Si tratta di un importante potenziamento, che nei prossimi decenni consentirà all’intelligenza umana di estrinsecarsi nella sua globalità e completezza e, dunque, in una ancor più piena creatività.

Naturalmente, nessuno di noi è in grado, per ora, di sapere cosa succederà nell’evoluzione dell’intelligenza artificiale e della robotica. Ciascuno di noi, però, sa o dovrebbe sapere quanto può chiedere agli scienziati, specie in questo periodo straordinario.
Gli scienziati, infatti, sanno e vogliono affrontare ciò che sta accadendo, poiché non si tratta di scoperte improvvise cadute dall’alto, ma di sviluppi della conoscenza, che sono il frutto del lavoro e della crescita di conoscenza degli uomini, poiché vivere, conoscere e indagare sono aspetti strettamente connessi e caratterizzano tutta la storia dell’umanità: l’evoluzione dell’intelligenza umana non si è mai fermata…
Non si può decidere di lasciarsi vivere, affidando agli altri (comunque pochi) il compito di sviluppare settori della ricerca che, nel tempo, si prospetterà come necessaria per dare piena e positiva applicazione a scoperte così avanzate.
Ora è un momento decisivo per verificarne l’efficacia, poiché si può creare e governare il cambiamento, conservando quello che si deve conservare e accogliendo il nuovo in maniera consapevole e costruttiva, senza receprilo passivamente.
In questo contesto, la missione dell’intelligenza è, dunque, intrinseca ai settori e alle numerosissime discipline considerate.
Ma tutto ciò che rientra nei settori dedicati agli uomini deve avere una doppia considerazione, perché lo sviluppo dell’intelligenza umana è la premessa dello sviluppo di tutto il resto.
Non va, allora, sottovalutata l’empatia, che deve essere praticata come elemento necessario della pratica della medicina e che è talmente necessaria da dover essere messa al primo posto, poiché, al di là delle scoperte e della loro importanza, ciò che rileva comunque è il rapporto che deve esistere tra paziente, medico, cura del paziente e gestione della salute e della medicina, fino a giungere al fine vita e alla dignitas moriendi.
La presenza di eventi rivoluzionari che hanno investito il mondo della medicina, attraverso lo sviluppo delle tecnologie, rende la situazione per qualche profilo drammatica. La cura delle malattie è così fortemente condizionata dalle nuove strumentazioni e dalla tecnologia indirizzata a ricercare i sintomi delle malattie, attraverso le quali offrire diagnosi, che potrebbe ridurre o vanificare il ruolo del medico.
In effetti, proprio l’evoluzione vertiginosa della tecnologia al servizio dell’intelligenza della salute ha innescato processi di ambivalenza: come spesso accade, l’intelligenza può diventare un’arma a doppio taglio.

Fabio Roversi-Monaco
Presidente di Genus Bononiae. Musei nella Città

[1] C. Crisciani, L’alchimia dal Medioevo al Rinascimento: scientia o ars? in Il Rinascimento italiano e l’Europa. Le Scienze, vol. 5, a cura di A. Clericuzio, G. Ernst, con la collaborazione di M. Conforti, Treviso, 2008, pp. 111-128.
[2] Da un’intervista al Dottor Luca Altieri, Direttore Marketing IBM.

 

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