EDITORIALE A CURA DEL PROFESSOR
GILBERTO CORBELLINI

Di fronte a una minaccia pandemica o anche a un problema che generi meno ansia, ma che abbiano in comune il fatto che non si sa come venirne a capo efficacemente e rapidamente, viene spontaneo ricorrere alla memoria personale o a quella storica. Ci chiediamo se abbiamo già incontrato quella situazione o una analoga, ovvero se la cultura ci tramanda esempi utili per superare la sfida. Guardiamo cercando insegnamenti.  
 
In diversi momenti, durante la pandemia da Covid-19, si è discusso se le esperienze di pandemie del passato avessero qualcosa da insegnare, prima sul fronte delle misure non farmacologiche e poi per rendere più capillari le campagne vaccinali, cioè per vincere le resistenze a vaccinarsi di percentuali variabili di popolazioni. Ci si è anche chiesti se la pandemia fosse prevedibile o se ci dovessimo sentire colpevoli delle zoonosi a causa dell’impatto ambientale delle attività umane.  
 
Malgrado i tentativi di trovare capri espiatori e anche a fronte delle inquietanti informazioni rese pubbliche di esperimenti effettuati da ricercatori statunitensi e cinesi per rendere più aggressivo nei topi il coronavirus, la pandemia rimane un fenomeno naturale, che ha causato un impatto devastante per le modalità di trasmissione del patogeno, per la demografia attuale delle società umane che registra una presenza significativa di persone anziane e più suscettibili, e per l’accessibilità e le potenzialità di intervento dei reparti ospedalieri che si trovano facilmente ingolfati in mancanza di cure efficaci. Sono stati necessari mesi e il superamento di resistenze per capire come organizzare con maggiore efficienza l’approccio sanitario.  
 
La pandemia in corso non ha tratto insegnamenti pratici dalla storia delle pandemie del passato, ma rimarrà nella storia. Forse non tanto per la sua gravità, significativa ma inferiore, almeno sulla base dell’impatto globale avuto sinora, in proporzione all’epidemiologia delle pandemie del passato, quanto, probabilmente, per il fatto che per quasi un anno la medicina scientificamente più avanzata che sia mai esistita ha arrancato e tutti abbiamo avuto paura. Abbiamo avuto paura in primo luogo del virus, e poi anche quando abbiamo capito che coloro che teorizzavano l’eradicazione di Covid-19 (Zero Covid) a ogni costo mentre il virus era ormai endemico, stavano raccontando una favola.  
 
La scienza medica si è disunita di fronte alla minaccia pandemica, e gli scienziati si sono comportati di regola come esperti, o portatori di un punto di vista, invece che come praticanti di un metodo che produce conoscenze provvisorie ma affidabili. Nondimeno a una velocità  
che l’amministrazione statunitense ha definito “curvatura”, grazie alle sinergie tra ricerca di basa e innovazioni industriali, sono planati i vaccini e la corsa alle armi con il virus è davvero iniziata, proseguendo in modi incoraggianti, anche se con non poche incertezze come è naturale quando è in atto un fenomeno darwiniano su scala planetaria. Almeno sul piano scientifico-tecnologico siamo pronti a sostenere la sfida e sono in arrivo anche i primi farmaci controllati per efficacia.  
 
La settima edizione del Festival della Scienza Medica si articolerà in due parti. Durante la mattina saranno affrontati in prevalenza temi scientifico-epidemiologici, mentre nel pomeriggio saranno affrontati soprattutto aspetti di sanità pubblica e di clinica.  Il Festival ha  
voluto creare un’occasione di riflessione aperta e critica, a trecentosessanta gradi, invitando autorevoli studiosi che negli ultimi due anni hanno in modi diversi combattuto al fronte, che si trattasse di un laboratorio, di un reparto di malattie infettive, di una istituzione o comitato che studia e coordina i trattamenti e le scelte sanitarie o che esamina la diversa portata di metodologie usate per spiegare e affrontare le minacce. Ci troviamo in una fase particolare nell’evoluzione della pandemia, vale a dire quella in cui le comunità umane devono trovare modi meno sovraordinati di convivere con il virus: in altre parole, guardando proprio al passato, le società a un certo punto uscivano anche culturalmente o psicologicamente  
dall’emergenza smettendo di far ruotare le loro vite e i loro discorsi intorno alla presenza incombente di un patogeno. Rispetto al passato oggi questa via di uscita sarebbe anche più percorribile, grazie ai vaccini.  
 
Di certo dalle tragiche esperienze del passato non abbiamo imparato nulla sul piano della comunicazione, che in Italia è stata improvvisata e condotta in modi direttivi e contraddittori, nel senso che non ha aiutato o incentivato verso comportamenti più virtuosi rispetto ai rischi e alla prevenzione.  
 
E’ verosimile che non impareremo dall’esperienza pandemica a meno che non si metta mano alla formazione dei medici. Un obiettivo che va al di là delle minacce infettive. Il filosofo Karl Popper pensava che noi apprendiamo dall’esperienza non per istruzione, cioè per via dell’effetto dei fatti, ma perché i fatti o le esperienze selezionano le migliori ipotesi che elaboriamo per spiegare il mondo. La formazione medica e le strategie sanitarie arrancano dietro ai problemi, invece di organizzare la cultura dei futuri medici al fine di fornire la capacità di gestire adattativamente sfide che per natura cambiano continuamente, per cui devono cambiare o migliorare, auspicabilmente in tempi più rapidi, le conoscenze e gli strumenti per risolvere i sempre nuovi problemi.  

 

Gilberto Corbellini
Direttore Scientifico Festival della Scienza Medica