EDITORIALE A CURA DEL PROFESSOR
GILBERTO CORBELLINI

Non è stato e non sarà un Big One, ma la pandemia da Covid-19 potrebbe causare, se perdura a lungo tempo producendo ripetuti focolai e se non si recupera un minimo di razionalità, devastazioni economiche e sociali paragonabili alle più gravi epidemie della storia, come la Peste Nera del Trecento o la cosiddetta Spagnola del 1918-19.

Dagli anni Settanta gli infettivologi si aspettavano una nuova pandemia influenzale devastante per il mondo, o un’infezione con elevati tassi di trasmissione e letalità da uno tra le decine di virus “emergenti” e virulenti, che dal 1981-82, quando comparve l’AIDS/HIV, sono passati da animali selvatici all’uomo in diverse parti del mondo. Invece, è emersa una strana bestia, che si è evoluta nei pipistrelli e forse in qualche ospite intermedio, e una volta raggiunta la nostra specie ha potuto circolare quasi in incognito, ma con modalità efficaci, tra l’ottanta per cento dei contagiati, purché in salute e geneticamente protetti, creando qualche fastidio clinico al quindici per cento e mettendo a rischio la vita del cinque per cento, cioè persone anziane o molto anziane e/o con polimorbilità.

Dal punto di vista della storia della sanità e della psicologia sociale, la pandemia da Covid-19 suggerisce diverse questioni sulle quali riflettere. In primo luogo, che la vulnerabilità di società complesse a fronte di infezioni pur non così seriamente letali come di fatto è Covid-19, può dipendere da sbilanciamenti organizzativi dei sistemi sanitari: una sanità orientata sempre più verso la gestione delle malattie cronico-degenerative non dovrebbe farsi trovare impreparata o addirittura essere di aiuto alla circolazione di un virus come SARS-CoV-2.

La vulnerabilità di società complesse alle malattie infettive dipende anche dalle percezioni sociali, per cui una mortalità pur di fatto molto inferiore e non anomala fino a ora rispetto quella di diverse pandemie influenzali, per non dire della Spagnola, ha spaventato oltre il dovuto una società che non ha più familiarità con una numerosità (relativa) di morti e la contagiosità dei contatti fisici.

Altre questioni riguardano come diverse culture politico-istituzionali hanno risposto e di conseguenza più o meno patito la pandemia: costanti richiami al modello cinese o a quello sudcoreano, così come le fastidiose reazioni alle scelte svedesi, hanno testimoniato di scarso senso della realtà nell’analisi degli scenari globali.

Vi sono motivi per domandarsi se il dialogo tra politica e scienza è stato proficuo ai fini di una migliore gestione dell’emergenza, stante che l’affidamento ai modelli matematici difficilmente si può sostenere che abbia aiutato, se non alimentando il panico o ipnotizzando la popolazione, l’efficacia delle politiche sanitarie.

Sono emersi problemi anche a livello di convergenza nella comunità medica su teorie virologiche ben studiate e su pratiche cliniche evidence-based, nonché sulle modalità di validazione sperimentale dei trattamenti clinici.

Una volta impostata la gestione di una pandemia in modi terroristici, paternalistici e tecnocratici è difficile tornare indietro, e questo è forse il fattore di rischio più grave che stanno correndo le società occidentali: non Covid-19 in quanto tale, ma una ben più contagiosa paranoia emergenziale con la quale si possono giustificare paralisi economiche, segregazioni sociali e politiche illiberali che davvero avrebbero per l’Occidente e le sue conquiste conseguenze devastanti.

La sesta edizione del Festival della Scienza Medica si svilupperà attraverso un percorso che, lungi dall’essere celebrativo di qualche successo, cercherà di entrare nei temi critici della pandemia da Covid-19 per trarne lezioni utili per migliorare i rapporti tra Scienza Medica e società.

 

Gilberto Corbellini
Direttore Scientifico Festival della Scienza Medica