FESTIVAL DELLA SCIENZA MEDICA

EDUCARE ALLA CURA
BOLOGNA, 23-26 APRILE 2020

Educare alla cura sottende un’idea che si può declinare dal punto di vista sia del paziente sia del medico. Un paradosso della medicina odierna è che mentre contiene scienza e tecnologia e capacità di intervenire terapeuticamente che non si erano mai viste prima, trova, più di prima, difficoltà a trasferire in modo efficace ed efficiente tali conoscenze e tecniche da una generazione all’altra di medici, e richiede, più di prima, un’attiva partecipazione di pazienti e familiari alle decisioni volte a contrastare una malattia o a migliorare la salute.

Studi condotti negli Stati Uniti rilevano che solo il 10% degli adulti ha le competenze per usare appropriatamente l’informazione medico-sanitaria accessibile nei servizi, nelle farmacie o nei media. Inoltre, più dell’80% dell’informazione fornita dal medico viene dimenticata prima che il paziente o i parenti arrivino a casa, e metà è ricordata in modo sbagliato. Un calcolo dell’Institute of Medicine di qualche anno fa stimava che il rischio di morte calcolato su cinque anni sia doppio (40%) per chi non governa l’alfabeto della medicina. Il costo economico della health illiteracy negli USA è stimato tra 100 e 250 miliardi di dollari all’anno.

Educare alla cura i pazienti non significa solo insegnar loro qualche procedura per assumere un farmaco o gestire le labirintiche navigazioni nelle organizzazioni dei servizi sanitari, ma dotarli di alcuni elementi lessicali, teorici e concettuali per capire quindi far proprie decisioni che richiedono un’adesione culturale per impattare positivamente sulla salute o l’efficacia di trattamenti. Diverse strategie basate sulle scoperte delle scienze cognitive cercano di migliorare i processi di scelta e di immunizzare contro l’uso di pseudocure. Senza trascurare che l’educazione del paziente dipende dall’ascoltare ed essere disposti a spiegare, perché la maggior parte delle informazioni che sono date ai pazienti vanno perse in processi comunicativi frettolosi ed ermetici. Si fa un gran parlare di empatia, che probabilmente è uno pseudoconcetto, mentre per recuperare la fiducia necessaria per un’adesione alle indicazioni forse basterebbe trovare il tempo necessario a tradurre il medichese in linguaggio comune e rispettare le persone nei loro valori e limiti.

Educare, istruire, addestrare, formare, insegnare, etc.: sono termini usati come sinonimi per connotare processi di apprendimento di nuove capacità. Ma non sono sinonimi. Solo “educare” implica una relazione tra docente e discente, tra chi sa e chi non sa ma aspira a sapere, fondata sull’ascolto da parte del primo, al fine di capire cosa si può tirar fuori (educere) da chi sta apprendendo. Non pochi esperti di insegnamento della medicina ritengono che si tenda sempre più a ridurre la formazione del medico a tirocinio: trasmissione di abilità specifiche o di metodi per svilupparle – attraverso il mitico learning by doing – che sono volte a migliorare le prestazioni e la produttività clinica, ma hanno una valenza, applicativa e temporale, circoscritta. Dopo uno o pochi decenni viene superato da nuove tecniche. Le persone che si formano attraverso i tirocini hanno meno capacità di adattarsi ai cambiamenti o apprendere tecniche nuove.

L’educazione medica è stata concepita più o meno dai tempi di Ippocrate e fino a metà Ottocento come trasmissione di esperienze accumulate e selezionate empiricamente, ma del tutto non spiegate o controllate. A seguito della rivoluzione sperimentale l’educazione medica acquisiva un netto profilo teorico e metodologico, che implicava la costruzione di capacità cognitive (scientifiche) di lunga portata e aperte alle innovazioni, da applicare nel contesto clinico sulla base di ragionamento e giudizio. Dagli anni Sessanta cambiava tutto, perché la medicina sperimentale non riusciva a tener testa alle promesse e potenzialità dell’epidemiologia clinica. La medicina fondata sui trial clinici randomizzati (evidence base medicine) produceva un movimento pedagogico molto influente in Nordamerica, che riorganizzava l’educazione medica intorno all’apprendimento basato su problemi (problem based learning, PBL). Il PBL spostava l’enfasi dalla scienza alla clinica, dalla conoscenza alla pragmatica, e portava gli studenti da subito a contatto con i problemi dei malati.

La medicina sta affrontando nuove sfide. Gli avanzamenti della genomica, la proliferazione dei big data, l’evoluzione dell’intelligenza artificiale mirano a creare una medicina di precisione (quindi non più di popolazione ma individuale), che probabilmente richiederebbe il ritorno a una teoria della malattia e della salute e a una epistemologia meno frammentata. In ogni caso, l’educazione medica è a un bivio. Di fronte alle sfide portate dagli avanzamenti scientifici e tecnologici in crescente accelerazione, e da cambiamenti sociali (soprattutto demografici) epocali, il curriculum appare sfasato rispetto alle esigenze di insegnamento e pratica medica.

Le analisi di esperti insistono sulla necessità che l’insegnamento della medicina migliori l’acquisizione di nuova conoscenza e la manutenzione di quella ancora valida, che venga dato spazio alle strategie applicative della intelligenza artificiale, che i medici abbiano una profonda conoscenza sia del ragionamento probabilistico sia della genomica e che maturino efficaci capacità di provare simpatia e compassione per i malati, insieme a uno spiccato senso etico.

Tentare una nuova riforma curricolare sarà difficile a causa del conservatorismo del mondo medico, cioè della resistenza naturale al cambiamento e dei vincoli creati dai processi di accreditamento. In ogni caso cambierà, volenti o nolenti, la natura della professione medica e anche la relazione medico-paziente.

 

Gilberto Corbellini
Direttore Scientifico Festival della Scienza Medica