LA CURA DEL TEMPO

Il Tempo della cura. Ma potrebbe essere la cura del Tempo.

Lo sforzo della raccolta dei dati è immane, ma l’uomo, l’operatore, diventa ancor più piccolo se la tecnologia non gli consente di sfruttare al meglio (e per tutti) quanto le intelligenze umane, convenientemente supportate, hanno saputo raccogliere.

I contenitori di dati non bastano a dare soluzione al tempo della cura per medici e pazienti, ma il progresso assicurato dall’adozione di strumenti complessi e integrati e l’ingresso in una epoca che pone al centro del sistema la raccolta dei dati in continua elaborazione al servizio dei medici, delle strutture scientifiche di ricerca e dell’organizzazione complessiva della sanità, possono dirsi compiuti.

Il problema è oggi connetterli al tempo della cura, al fine di semplificare e potenziare la sequenza terapeutica; l’intero mondo della sanità deve essere coinvolto, ivi compreso in particolare il management sanitario.

Gli obiettivi conseguiti in tempi incredibilmente rapidi, che hanno reso entusiasmante questa fase della ricerca e della vita delle Istituzioni e degli uomini che in esse operano, non debbono far dimenticare che, per molti profili e per molti uomini e donne, il tempo della cura innestato nella vita dei comuni mortali è ancora lungo e corre il rischio di diventare ancor più lungo, mentre, per altri profili e per altri contesti che rientrano nelle reali possibilità di singoli uomini, il medesimo tempo può essere fin troppo breve.

Alludo ai casi in cui il tempo della cura è già il tempo che stiamo vivendo: un tempo completo, in espansione e sempre più coinvolgente. Non per tutti, forse ancora per troppo pochi. Ma si può dire in quei casi che il futuro è ormai il tempo che stiamo vivendo.

E si sviluppano, oggi, ricerche che diventeranno terapie in meno di dieci anni, perché la ricerca organizzata prosegue coerente, connessa, incessante e consente di individuare obiettivi prima inconcepibili, che le cure si possano estendere già potenzialmente a tutta l’umanità che ne ha la necessità.

La valorizzazione dei Big Data sviluppa sinergie in precedenza impensabili e consente così trasformazioni rapidissime; il problema diventa quello di tradurle in opportunità per le Aziende farmaceutiche che producono con successo e per le strutture di servizio pubblico – intendo soprattutto il SSN – che debbono partecipare consapevolmente al cambiamento e non respingerlo, accettando e applicando l’innovazione nell’organizzazione.

Per fare questo, occorre il pieno coinvolgimento di coloro che operano nella sanità, in primo luogo i medici, e la lealtà di tutte le Istituzioni verso la popolazione.

Lealtà verso la popolazione, anche per evitare di doversi interrogare sul perché alcuni decidono di autoinformarsi e di autorganizzarsi solo per far propaganda volta a ridurre l’uso dei vaccini.

L’innovazione biomedicale, che è in questo stesso momento impegnata a sviluppare più di 7.000 medicinali, con il sostegno delle Imprese ICT e la valorizzazione degli investimenti, è uno degli esempi dell’enorme quantità di informazioni immesse nella rete quotidianamente e ha bisogno di essere interpretata e usata con coscienza, e tempestivamente.

“Le macchine, connesse a un sistema gigante di raccolta dati, producono continuamente flussi di bit. L’essere umano è in grado di collezionare questi flussi di bit e ‘spararli’ letteralmente nel nostro sistema digitale”. (Dall’intervento del Professor Enrico Bucci e del Professor Andreas Hoeft in occasione della terza edizione del Festival della Scienza Medica[1])

Questi dati sono una risposta importante che avrà un impatto sulla società, ancora da valutare e quantificare. Le ipotesi sono molte, all’orizzonte si delinea un futuro popolato di incognite.

I dati di ricerca raddoppiano ogni sei mesi. Nessuno riesce a leggerli tutti.

La parola chiave è analisi semantica dei dati non strutturati.

Le tecnologie digitali ridisegnano il rapporto medico-paziente. L’elaborazione completa e intelligente dei Big Data consente già di cominciare a parlare di medicina personalizzata.

Le professioni sanitarie evolvono e sviluppano modi nuovi di operare: la filiera della robotica e dei suoi addetti, l’ingegneria biomedica, la fisica, che negli ultimi anni hanno influito profondamente sulle industrie farmaceutiche, in alcuni settori, i più innovativi, sono i padroni del tempo della cura.

L’informatizzazione dei dati sanitari, non solo per gli ospedali, ma per tutti gli utenti sanitari, comporta che persone dotate di una stessa ampia cultura, si trovano di fronte a miliardi di dati, acquisiti tramite tecniche molecolari, che debbono potere gestire, annotandoli e coinvolgendo le realtà della scienza medica: specie le Comunità dei ricercatori, ma rapportandosi in modo più intenso ai Manager della Sanità e viceversa, così che la Sanità tutta viva nella coscienza dell’importanza della partecipazione alla sperimentazione e all’applicazione delle cure.

Ma il problema del tempo, e del tempo della cura in particolare, rileva per il singolo in modo ulteriormente decisivo. Questo profilo è stato spesso trascurato.

Il Festival ha più volte affrontato le problematiche del delicato rapporto medico-paziente e quest’anno anche il tema della psicologia delle decisioni mediche e degli effetti sui pazienti.

Le considerazioni svolte in questo breve scritto credo consentano di affermare che la realizzazione di strumenti come i Big Data e la creazione di piattaforme tecnologiche idonee a sfruttare questi grandi giacimenti e a raggiungere una rapidità di analisi e di intervento rilevantissima, non possono non indurre a pensare che il tema del rapporto medico-paziente debba riemergere con rilevanza impensabile ancora qualche anno fa.

Visite da 15 a 18 minuti si legge e si sente dire negli Stati Uniti. Vale a dire un tempo inferiore a un salto dal barbiere, che però è legato al cliente da un rapporto di continuità e di confidenza.

Il Festival affronta questi argomenti con spirito costruttivo, poiché il sistema sanitario italiano merita oggi grande apprezzamento, ancorché non sempre e dovunque.

Esistono problemi di frammentazione, ma esiste chi è all’opera per collegare i diversi segmenti con ormai evidente successo.

Lo sviluppo della ricerca per le intelligenze artificiali e la telemedicina costituiscono realtà che il Festival contribuirà ad evidenziare, anzitutto per sfruttare i dati e per migliorare la prestazione.

Come riscoprire i valori dell’empatia e del rapporto e come ristabilire l’alleanza terapeutica con il paziente e ridare al medico il ruolo di mediatore con la malattia?

Che vuol dire reinserire le Medical Humanities? Quando gli avversari sono la superficialità del rapporto con il medico, la necessaria fatica per arrivarvi, assai spesso in mancanza di un seguito plausibile. Il sospetto dei pazienti e delle loro famiglie (talvolta oppresse da torme di avvocati) può portare, ed effettivamente porta, ad inquinare il rapporto.

Fabio Roversi Monaco
Presidente Genus Bononiae. Musei nella Città

 

 

[1] L’era dei Big Data. Intelligenza artificiale e medicina (Bologna, 22 aprile 2017).