IL PROGETTO 2016

LE ETA’ DELLA MEDICINA

«Nessuna bellezza primaverile,
nessuna bellezza estiva
ha una tale grazia,
quale ho visto in un volto autunnale»
John Donne

Ritengo sia lecito domandarsi se a età diverse possano corrispondere, nella unicità fisica, “persone” diverse.
Forse ciò potrebbe essere verificato anche sotto il profilo della evoluzione fisiologica della singola persona, senza dimenticare che tante vicende della vita possono ben portare a profonde trasformazioni della persona nel corso di un’unica esistenza biologica.
Ma in realtà ciò che oggi sembra rilevante è la vita lunga, la vita che pretendono coloro che, comunque privilegiati, almeno sulla carta, partecipano a società evolute economicamente e socialmente.
Molti, troppi di coloro che hanno il “merito” di partecipare a comunità nazionali socialmente sviluppate e ricche, e che per ciò stesso tendono a respingere ogni intrusione che non sia economicamente conveniente da altre comunità e nazioni, coltivano l’idea di una sorta di diritto, o almeno di una legittima aspettativa, a fermare lo scorrere del tempo, ancora qualche decennio fa comunque inesorabile. A fermarlo perché oggi si pensa che può e deve essere mutato l’equilibrio del fisiologico alternarsi delle fasi di una vita ritenuta per millenni unica, ma ora concepibile come plurima.
La longevità è conquista della civiltà e dunque dovrebbe spettare di diritto a chi fa parte di una società civile. In Italia, in un contesto mondiale che vede l’invecchiamento di tutte le Nazioni, si invecchia ancora di più, ancorché con una recentissima, minima inversione di tendenza.

A questo punto sorgono problemi, che via via rendono consapevoli soprattutto coloro che si occupano di scienza medica: la longevità è una conquista, purché sia una risorsa, non un’emergenza e non il presupposto di una destabilizzazione sociale. Non esiste un farmaco anti invecchiamento, anche se tanti lo cercano, ma certamente il contesto sociale e l’evoluzione del pensiero, nell’ambito di uno sviluppo economico e tecnologico sempre più avanzato, garantiscono a molti una vita più agevole e completa e in tempi brevissimi hanno sviluppato un concetto, per così dire, dinamico e diverso di longevità.
Ma la tematica appare ormai più ampia e il problema diviene quello delle numerose e forse imprevedibili emergenze. E soprattutto, come sarebbe possibile affrontare argomenti di questo tipo, nel contesto di una civiltà evoluta, senza pensare prioritariamente ai giovani? E come può essere giustificata una società che punta ormai sulla vanità e sulla smania di seguitare a esistere e di esistere sempre uguali perché il parametro di riferimento non può più essere il parametro dell’evolversi nella vecchiaia? Paradossalmente un ampio settore dello sviluppo della ricerca medica e dell’evoluzione della medicina corre il rischio di essere messo sotto accusa.
C’è chi (Hillman) si è chiesto se il lifting non sia da considerarsi un crimine contro l’umanità, “perché il modo in cui trattiamo la nostra faccia ha conseguenze sulla società”. Sento una forte sintonia con questo atteggiamento, anche se è più facile richiamare Anna Magnani che dice al suo visagista: “Le rughe non coprirle, che ci ho messo una vita a farmele venire”.
Ricorro a questo profilo, in qualche modo emblematico, poiché il Servizio Sanitario Nazionale risulta e ancor più risulterà fortemente impegnato, talvolta con procedure discutibili, a spendere cifre enormi per la medicina estetica.
Questo non è un grande successo per le Istituzioni, né per chi passa la vita a ripudiare non tanto la morte, quanto i limiti dell’evoluzione temporale della vita, poiché non c’è dubbio che, a questa caduca e deviante prospettiva di molti, può corrispondere, almeno in Italia, la sofferenza di una larga parte della popolazione, che certamente ha acquisito maggiori speranze, ma vive male e ormai senza il sostegno di quel formidabile ammortizzatore che è la famiglia. Famiglia, alla cui mancanza lo Stato tende a porre rimedio, non con una rete di servizi legata all’impegno organizzato di uomini e donne dedicati e competenti, ma attraverso un coacervo di strutture ormai estranee, legate alle Istituzioni, alla politica e, talvolta, al malaffare.
Una tendenza, che spero reversibile, fa corrispondere all’occupazione dei giovani la cacciata dei vecchi. Ma entrambe le categorie, giovani e “vecchi”, a fronte delle indisponibilità dei giovani italiani a svolgere determinati lavori, hanno chiesto e chiedono nuove braccia, senza pensare che arrivano, e arriveranno, persone, con la loro storia e la loro cultura, e non robot o replicanti.

La vicenda della “rottamazione”, troppe volte evocata, è emblematica, poiché ha contribuito a fondare e rafforzare il concetto che la vecchiaia sia un inutile stato deteriore, e non come è stato per millenni, un presupposto ineliminabile di saggezza. Ed è così che nessuno oggi accetta di buon grado di farsi etichettare come vecchio. E di questo approfitta fino in fondo il marketing dell’invecchiamento. Lo Stato segue, non precede, non inventa, non innova, segue. Segue le glorie del “DRG”, nato come strumento tecnico di razionalizzazione, ma in realtà, da tempo, strumento rigido di semplificazione e di sopraffazione.
Parleremo, e ci mancherebbe altro, di bambini. Non so se il corpo sia un contenitore usa e getta, ma certamente la natura ha investito fondamentali risorse e strumenti per la riproduzione della specie. L’allontanamento dell’invecchiamento è dunque “un fuori programma” (Vergani e Schiavi).
C’è chi ha detto “che alle soglie della vecchiaia è necessaria una terapia delle idee”. Di grande interesse questo ragionamento, che ha coinvolto affermazioni illuminanti di Italo Calvino e di altri, ma al cervello che consuma gran parte dell’ossigeno destinato al corpo umano spetta di includere la morte fisiologica nella filosofia di vita.
“L’anziano deve credere in sé stesso, nella sua normalità” (Vergani). È solo così, credo, che possono essere temperate le lacerazioni del tessuto sociale, prodotte dalle “nuove” malattie, come l’Alzheimer.
La crescente individuazione di nuove malattie e la maggiore conoscenza incrocia il declino della nostra società e rende evidente l’attuale mancanza di socialità nella morte, nella malattia e nella vecchiaia.
L’arrivo di farmaci eccezionali, che sono il meritorio effetto di attività di ricerca sempre più sviluppate delle imprese farmaceutiche Italiane, richiede un intervento che non può essere soltanto sui prezzi, ancorché si tratti di imprese obbligate a investire enormi capitali nel grande ciclo del loro sviluppo industriale, ma che deve coinvolgere l’intera società.
La rimozione di morte, malattie e vecchiaia opera per rafforzare un divario dell’Occidente, basato su “tutti i vecchi vogliono essere giovani” nei confronti del Terzo Mondo, basato su “tutti i giovani che vorrebbero diventare vecchi”.
La morale, l’ideologia, l’economia e i suoi indirizzi sembrano non abitare più nel Paese Italia, ma la nostra speranza è che, anche attraverso l’esperienza del Festival, Bologna possa nuovamente ricoprire il ruolo che per lungo tempo la Storia le ha assegnato.

Fabio Roversi Monaco
Presidente Genus Bononiae. Musei nella Città