TEMA 2017

FESTIVAL DELLA SCIENZA MEDICA
Fra Innovazione e tradizione

Bologna, 20-23 Aprile 2017

La relazione medico-paziente: un percorso di mutamento fra innovazione e tradizione

Fra Innovazione e Tradizione è la terza tappa del lungo cammino del Festival della Scienza Medica.

E parlo di lungo cammino perché l’accoglienza che ci è stata riservata e l’impegno profuso da Studiosi, Istituzioni, Aziende, Professori e Studenti ci consente, io credo, di proseguire un’azione a lungo termine.

L’innovazione è impetuosa ma la tradizione, ben lungi dall’essere un profilo meramente temporale, si connette alla nostra storia: la storia umana, fatta da donne e da uomini che hanno legato la loro vita, fin dagli albori della civiltà, all’esigenza di credere nella capacità di alcuni di operare a vantaggio degli altri per assicurarne la salute e garantirne la sicurezza.

La tradizione ha costruito la figura dello sciamano, del guaritore e del medico nel corso di una storia millenaria, per poi confluire in tempi molto più rapidi, nella figura del medico. Ciò è avvenuto in un contesto progredito in cui l’altruismo e l’impegno su cui si fondava il carisma di queste figure all’interno di gruppi sociali via via più complessi, ha trovato la definizione conosciuta e condivisa ormai da alcuni secoli, fino al più recente irrompere della medicina scientifica.

Come ha riaffermato a Bologna Eric Kandel:

“La nuova scienza biologica della mente è importante non solo perché fornisce una comprensione più profonda di ciò che ci rende quello che siamo, ma anche perché rende possibile una serie importante di dialoghi tra scienza del cervello e altre aree del sapere”.[1]

Lungo e a fasi alterne è stato il processo di avanzamento della medicina, accompagnato negli ultimi decenni da una capacità di accumulare conoscenze quasi prodigiosa e dal continuo evolversi del suo processo di trasformazione in scienza.

In tutto ciò rientrano il rispetto e forse anche la valorizzazione della tradizione, ma col prevalente intento, credo inarrestabile, di dare un senso alla medicina del futuro che continua in consonanza con quella dell’oggi attraverso la ricerca.

La medicina per una parte appare ancora tradizione; ma per una parte ben maggiore, innovazione e tecnologia, fino a esprimere in modo diffuso, almeno in alcuni settori, l’urgenza di una revisione che è in atto nel rapporto tra medico e paziente. Tale rapporto sembra basarsi oggi sulla globalità delle diagnosi e su una interazione delle rispettive menti che si vorrebbe automaticamente adeguata allo scorrere velocissimo dei tempi, unicamente in forza dell’innovazione stessa, e questo appare quasi paradossale.

In realtà questa impostazione rende necessario l’aggiustamento di rapporti che erano interpersonali e che oggi sono troppo condizionati dalla tecnologia, invadente, possente e trasformabile da strumento di servizio a profilo esclusivo e dominante.

Ma l’uso dello strumento, per quanto complesso esso sia, non può rappresentare il fine, né per il medico né per il paziente.

Non si tratta soltanto di far funzionare ma di guarire e far guarire per raggiungere così risultati caratterizzati da un aumento delle certezze, da specificità, da durata nel tempo, da naturalezza, da possibilità di sostenere i costi che gravano sulla società a favore della società stessa, tanto da far apparire corretto prospettare l’esigenza di una “manutenzione straordinaria” del Sistema Sanitario Nazionale (Pelissero).[2]

Quali sono i timori maggiori che questo contesto in fieri può suscitare? Che il medico, saziato dalle possibili prestazioni delle macchine, gratificato spesso da risultati evidenti e immediati, trascuri la persona del paziente nella sua interezza, dimenticando i limiti tuttora evidenti alla piena comprensione di problematiche molteplici che, nonostante i progressi, sono ben lungi dall’essere risolte. Peraltro può anche avvenire che, in questo contesto, i malati siano maggiormente indotti a curarsi autonomamente.

In ogni caso un risultato di piena integrazione fra medicina ispirata ai principi della tradizione e uso di tecnologie sofisticate e in continua evoluzione implica costi talmente elevati per la società da introdurre problemi di sostenibilità economica e sociale non eludibili.

La relazione medico-paziente conosce un rapido percorso di mutamento, essendo anche “un prodotto dell’evoluzione del sistema nervoso del comportamento che può essere studiato con un approccio scientifico ed evoluzionistico” (Benedetti).[3]

Si è parlato di medicina scientifica nella sua nascita e nel suo rapido sviluppo: ciò investe più profili della medicina, più specializzazioni. Come rilevato autorevolmente, la transizione dallo sciamano al medico moderno e dallo sciamanesimo (da un concetto spirituale della malattia) alla medicina scientifica (prevalenza del profilo anatomo-fisiologico della malattia) è stato un processo plurisecolare, che sembra oggi compiuto (Benedetti).

Ma a tutto ciò si è accompagnata una parcellizzazione della medicina che può rendere difficile una pratica medica volta all’individuo nella sua interezza, aggravando il distacco tra paziente e medico.

I recenti sviluppi delle neuroscienze possono fornire un decisivo sostegno per sviluppare le conoscenze sul comportamento del malato e sui fattori psicologici e sociali che influiscono sulle malattie, divenendo fortemente significativi per i medici nello svolgimento della loro missione.

Tutto questo può indurre a un ottimismo motivato, che discende da una più raffinata cultura del medico sull’esercizio della sua funzione. Parliamo di cultura che richiede un forte impegno di conoscenza e l’adozione di comportamenti idonei a garantire al paziente una situazione complessiva che si caratterizza per la fiducia verso il medico, generando benefici comuni.

Oggi questa fiducia non può più essere soltanto fra persone: essa deve accompagnarsi a una visione caratterizzata da altrettanta fiducia nelle strutture attraverso le quali si è tenuti a operare per garantire comunque una medicina universale che sfrutti appieno il progresso della ricerca.

In una Europa allargata, ma decisamente gerarchizzata, le esigenze dell’economia complessiva richiedono, a parere di molti, una rigidità che non lascia spazio alla flessibilità e alla tolleranza necessarie a garantire lo sviluppo della medicina.

Entrano in campo le problematiche della spesa pubblica e diviene molto difficile anche operare con continuità nella direzione della maggior giustizia sociale e della lotta all’aumento delle disuguaglianze.

Sviluppo dell’innovazione e, nonostante tutto, rispetto della tradizione, devono misurarsi con una serie infinita di sfumature delle Istituzioni e degli uomini, ai quali non si può negare una risposta sociale alle malattie, basata sulla speranza, sull’empatia, sulla fiducia sociale e interpersonale fra medico e paziente.

 

Fabio Roversi-Monaco
Presidente di Genus Bononiae. Musei nella Città

 

[1] Lectio magistralis tenuta nell’ambito della seconda edizione del Festival della Scienza Medica, dal titolo Arte, mente e cervello dalla Grande Vienna ai nostri giorni (Bologna, 19 maggio 2016).

[2] Gabriele Pelissero, all’interno del 14° Rapporto annuale ‘Ospedali & Salute 2016’.

[3] Fabrizio Benedetti, Il cervello del paziente, Giovanni Fioriti Editore, 2016.