EDITORIALE A CURA DEL PROFESSOR
FABIO ROVERSI-MONACO

Un’emergenza sanitaria come quella che ha sconvolto il mondo, cancellando ogni differenza tra Oriente e Occidente, tra culture e Paesi, era da tempo attesa. Non sapevamo con assoluta certezza se il virus sarebbe appartenuto al ceppo della SARS, né se avrebbe avuto una forma tale da ricordare i raggi di una corona, elemento che richiama alla nostra mente la regalità e non certo la malattia. Ma sapevamo che un virus della grandezza di pochi micron avrebbe nuovamente trascinato il mondo nel disastro, e ci avrebbe costretti a confrontarci con modi di vivere ai quali non eravamo più abituati, e che le più giovani generazioni nemmeno potevano immaginare.

“Fra tutte le sciagure subite fino ad oggi dall’umanità, le grandi epidemie hanno lasciato di sé un ricordo singolarmente vivo”: sono parole dello scrittore Elias Canetti, richiamate in un saggio di Mario Ricciardi 1 ricco di spunti, che ho fortemente utilizzato per questo breve intervento.

Vale la pena riportare testualmente il pensiero di Canetti: “Il contagio, che nell’epidemia ha tanta importanza, fa sì che gli uomini si isolino gli uni dagli altri. Il miglior modo per difendersi consiste nel non avvicinare alcuno, poiché chiunque potrebbe già portare con sé il contagio. Ciascuno schiva chiunque. È degno di nota come la speranza di sopravvivere isoli ciascuno uomo: dinanzi a lui sta la massa di tutte le vittime2”.

Il passaggio di Ricciardi da Canetti a Tucidide e all’epidemia che colpisce l’Atene di Pericle è prezioso perché non si evocarono il sovrannaturale o le colpe degli umani ma si cominciò a indagare scientificamente cause ed effetti per cercare i fattori che possono portare a conseguenze di tipo pandemico3.

In effetti, l’epidemia diventa un evento ricorrente nella storia dell’umanità come altri eventi catastrofici. Ma le epidemie si distinguono dagli eventi catastrofici naturali, perché la loro storia si intreccia in modo molto stretto con quella dell’ambiente urbano, del commercio, dello scambio e delle comunicazioni. In un certo senso è come se l’epidemia fosse la più artificiale delle catastrofi naturali definibili come plasmate dall’azione umana.

L’emergenza COVID e le iniziative per contrastarla e contenerla hanno imposto a tutti gli operatori del settore medico e all’intera società condizioni di vita e lavoro del tutto nuove e sono apparse inedite criticità. Dall’angolo visuale dei medici e degli operatori della sanità, si potrebbe anche affermare che la società, nel suo complesso, non può pretendere che soltanto alcuni debbano subire, con i molti doveri, carichi di lavoro potenzialmente devastanti.

La ricerca scientifica è andata avanti e non si è fermata anche quando i nascenti problemi sono stati trascurati da autorità pubbliche e dalla stampa. I settori scientifici hanno saputo mantenere attive, prima che emergesse la pandemia, le linee di ricerca nei settori che hanno effettivamente portato a sviluppare le conoscenze dei mezzi di prevenzione e cura e, anche se non tutto ha funzionato nel modo migliore, lo sforzo e i risultati dello sforzo possono essere valutati positivamente4.

Va ricordato che lo storico francese Fernand Braudel usa un virgolettato: “le grand renfermement”5. Nell’espressione da lui usata troviamo il concetto di “grande reclusione”, di notevole attuale interesse per lo studio della reazione alle epidemie. Il confinamento ha avuto inevitabili ripercussioni anche sull’economia e sul sistema produttivo di ogni Paese, portando alla luce l‘esigenza di operare una scelta tra la necessità di tutelare direttamente i cittadini attraverso la salvaguardia della loro salute individuale o indirettamente attraverso il mantenimento di uno status quo in termini di produttività e di consumi.

Sempre per citare Elias Canetti, “ogni Paese si mostra oggi più incline a proteggere la sua produzione che i suoi uomini”. Per Canetti produzione e consumo sono diventate le due attività rispetto alle quali i principali contenuti della vita tendono a perdere terreno, fin quasi a svanire. Se Canetti avesse ragione, dovremmo preoccuparci. Non c’è dubbio, infatti, che le misure di distanziamento sociale necessarie nelle fasi critiche di diffusione di un agente patogeno infettivo siano incompatibili con molte delle attività produttive e di consumo da cui dipende la prosperità di un Paese.

Per molti la gestione della pandemia è stata l’ennesima realizzazione di una pericolosa tendenza della politica allo stato di eccezione, cioè alla sospensione dell’ordine politico legittimo in vista dell’instaurazione di un regime cripto-autoritario. Il discorso dovrebbe ovviamente essere approfondito, ma la tesi di fondo è che lo stato d’eccezione o di emergenza non può garantire la giustizia6.

In realtà, non esiste equivalenza piena tra stato di emergenza e stato di eccezione; i governi hanno il compito di rendere possibile il coordinamento sociale, assicurando che diritti e libertà siano contemporaneamente possibili. Il che significa limitare certi diritti e certe libertà con l’obiettivo che, per quanto possibile, tutti possano essere tutelati in eguale misura, perché le condizioni d’emergenza non possono significare abbandono della giustizia.

Infine, molto si parla della quarantena e dell’impatto psicologico e sostanziale che ne deriva, ma questo non può significare che la quarantena non debba essere attivata perché gli effetti psicologici di non metterla in atto, permettendo la diffusione della malattia, potrebbero essere ben peggiori.
Vale la pena di ricordare che il rapporto tra le libertà e il bene pubblico è controverso e deve essere gestito con una grande attenzione. Esiste comunque un’esigenza di tollerabilità, di comprensione e di solidarietà della quale il potere deve necessariamente tener conto.

 

Fabio Roversi-Monaco
Presidente Genus Bononiae. Musei nella Città


[1] M. Ricciardi, Il ritorno del Leviatano: paura, contagio, politica, Il Mulino 2020, III.
[2] E. Canetti, Massa e potere, Milano, 1981.
[3] E. Canetti, op. cit.
[4] Faccio qui riferimento anche all’articolo di Gilberto Corbellini apparso sulla Domenica del Sole24Ore del 20 settembre 2020.
[5] F. Braudel, Civiltà materiali, economia e capitalismo, Vol. I, Torino, 1982.
[6] F. Saraceno, L’economia europea tra lockdown e Fondo per la ripresa, Il Mulino 2020, III.